I nemici del Pd

Pur con tutte le attenuanti che debbono essere concesse a chi deve incoraggiare una formazione politica scossa da un insuccesso elettorale, la prima uscita di Pier Luigi Bersani dopo il voto è stata deludente. Non solo e non tanto per la puntigliosa quanto astrusa rivendicazione di una evanescente “inversione di tendenza” nei rapporti di forza o per l’attribuzione davvero forzata di un carattere “antiberlusconiano” al successo elettorale della Lega nord. Leggi anche Bonino e Bresso, la caduta delle dee
12 AGO 20
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Bersani è arrivato a identificare lo “spirito civico” come elemento animatore del movimento di Beppe Grillo, quello che ha come stilema la civilissima espressione del “vaffa”. Non si tratta solo di uno scivolone, ma dell’estensione, anche al di là dell’immaginabile, dell’idea di poter mettere insieme tutto ciò che si oppone al governo, in modo da poter sostenere speciosamente che l’opposizione è maggioritaria, che Silvio Berlusconi è, tanto per cambiare, al “tramonto” e che quindi è vicino il momento in cui, come in una favola di Perrault, le carrozze torneranno a trasformarsi in zucche, lasciando via libera a una riscossa raccolta attorno al Partito democratico.
Bersani è il primo a sapere che le cose non stanno così, che la maggioranza moderata non è un castello di carte destinato a cadere all’improvviso, che non si può proporre un’alternativa di governo che tenga dentro tutti gli opposti, da Beppe Grillo a Pier Ferdinando Casini. Ha ottenuto un modesto successo difensivo, ha di fronte un triennio nel quale non deve essere ossessionato dal rischio di perdere qualche elettore, è nelle condizioni di aprire uno spazio alla verifica delle intenzioni riformatrici della maggioranza, senza sconti, come si suol dire, ma anche senza pregiudiziali. Poi ci sarà tempo per inseguire alleanze più o meno improbabili, ma dopo aver dimostrato autonomia di elaborazione e solidità riformista.